Apr262008
14:10:46
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Renato Barilli
Intervista a Renato Barilli di Armando Andolgiso
Benvenuto a bordo, Renato…
Ciao Armando
Voglio farti assaggiare questo Aglianico del Taburno Fontanavecchia…qua il bicchiere…ecco fatto!
Meno male che mi hai fatto assaggiare un rosso, perché appartengo al numero di quelli che ritengono che il vino sia "solo" rosso…il resto non esiste
Oltre al vino rosso, quale principio generale, filosofico, presiede le tue ricerche?
Non riesco a cavarmela con una sola risposta, devo giocare almeno due carte: la convinzione che i fatti delle arti siano sempre in sintonia (anzi, io parlo di omologia, di identità funzionale) con quelli delle scienze e della tecnologia. E che ci sia quasi sempre una corrispondenza generazionale, ovvero, i nati all'interno di una medesima generazione sono portati a fare più o meno le stesse cose, anche se ovviamente esistono le inevitabili eccezioni, che però sono proprio tali, eccezioni, in quanto si discostano dal comportamento medio
La tua accezione di post moderno si discosta da quella di altri studiosi. Spiegamene le ragioni.
Da un lato, accetto la periodizzazione dei manuali, che parlano di un'età contemporanea che comincia col 1789, mentre alla stessa data termina l'età che chiamano moderna. Però, siccome i termini di moderno e contemporaneo sono maledettamente ambigui e confondibili, propongo di sostituire "contemporaneo" con "postmoderno", nel qual caso sarebbe indicato già nella parola stessa il rapporto di successione, e anche di opposizione, tra l'una epoca e l'altra. E' chiaro però che, così facendo, mi discosto da tutte le correnti accezioni di postmoderno, che ne pongono l'inizio quasi due secoli dopo. Se accetto la datazione manualistica, ne respingo però le motivazioni. Come ho detto prima, credo nella profonda correlazione tra i fatti artistico-letterari e quelli scientifico-tecnologici. Sul fronte di questi ultimi, la fine-Settecento vede la grane emersione degli interessi elettro-magnetici, per esempio con i nostri Galvani e Volta. Quello è veramente l'inizio della contemporaneità, in quanto l'elettricità, che viaggia alla velocità fantastica di 300.000 Km al secondo, brucia le distanze, e così cancella la prospettiva, su cui invece si basava l'arte "moderna", da Masaccio al Tiepolo. Gli artisti "omologhi" a Galvani e Volta (Füssli, Blake, Flaxman, Canova, Goya…) cominciano ad astrarre i corpi, e soprattutto a schiacciarli sulla superficie, perché non sanno più cosa farsene di immagini troppo dettagliate e sapientemente scorciate. Inoltre queste immagini sono investite da un'energia selvaggia che le rende deliranti e oniriche. Allo stesso modo Goethe, in letteratura, scopre il profondo e l'Inconscio. Dalla corrente elettrica si passa alla corrente di coscienza, i due fenomeni, al solito, sono omologhi tra loro. [segue su http://www.adolgiso.it/enterprise/renato_barilli.asp]
D. Il titolo di questo suo recente volume è doppio: c'è un ordine gerarchico tra i due temi?
R. Sì indubbiamente l'accento prevalente cade su "maniera moderna", che a sua volta fornisce la chiave d'accesso, quasi per dirla in termini informatici, alla mia modalità d'approccio al Manierismo. Lo slogan di fondo dell'intero libro potrebbe essere: torniamo al Vasari! Infatti merito dell'Aretino è stato quello di aver impostato una progressione di taglio larghissimo, da Cimabue e Giotto fino al culmine rappresentato dalla triade Leonardo-Michelangelo-Raffaello. Questa progressione lunga due secoli potrebbe essere posta all'inegna del Rinascimento, ma in senso molto generico, come volontà di far rinascere, dall'antichità classica, una rappresentazione di cose e persone convenientemente rimpolpata e rimessa in carne. Ma il Vasari era interessato soprattutto ad articolarlo questo lungo segmento in fasi successive, separate l'una dall'altra da soglie di sbarramento. Le prime due "maniere", a suo avviso, soffrivano ancora di impacci e secchezze, mentre solo la terza, aperta dal genio di Leonardo, merita di essere detta "moderna". Ebbene, questa "maniera moderna" altro non è che la fondazione del grande naturalismo occidentale, che poi continuerà, oltre il Vasari, nella grande stagione secentesca, articolata nelle tre filiere del classicismo di annibale Carracci, del naturalismo caravaggesco e del barocco del Bernini, ma senza sostanziali distinzioni reciproche.
D. E il Manierismo che cosa c'entra, in tutto questo?
R. Non si dovrà più dire, secondo la formula scolastica, che il Manierismo è stato una reazione al Rinascimento, bensì solo alla "maniera moderna", che a sua volta è maturata solo nel triangolo Firenze-Roma-Venezia. Il Vasari, coerente con la sua impostazione, esclude dalla maniera moderna molti "lombardi", a cominciare dal Lotto; e infatti, dove non viene raggiunta la maniera moderna, cioè una pittura intinta di effetti atmosferici e immersa in un sapiente gioco delle lontananze, là non trova posto neppure una reazione manierista. Ciò porta a un risultato sensazionale per quanto riguarda il resto dell'Europa, dove invano cercheremmo qualche traccia di maniera moderna nel Cinquecento, e infatti là questa incomincia solo alla fine del secolo, e ai primi del Seicento, con Rubens, Poussin, Velàzquez; e dunque, in Francia, in Germania, nelle Fiandre ecc. si trova un unico Manierismo esteso, che fa tutt'uno con la nozione di Rinascimento.
D. Ma in definitiva, quali sono le peculiarità del Manierismo, così come lo troviamo a Firenze e a Roma?
R. E' appunto un tentativo di "fermare la macchina", di impedire che si consumi il reato di giungere a una rappresentazione del reale troppo corriva, troppo mimetica. Diciamo insomma che i vari Pontormo e Rosso e Beccafumi, o, a Roma, i Giulio e Perin del Vaga presagiscono l'avvento di un naturalismo troppo conforme e scorrevole, e contro di esso inalberano i valori di immagini tormentate, di composizioni studiate, presi anche dall'angoscia che la nostra presenza si diperda in un cosmo eccessivamente ampio; meglio allora richiamare il protagonista umano a starsene su una ribalta vicina e immanente.
D. Questa sua interpretazione del Manierismo come si colloca oggi, sul fronte critico?
R. Essa rilancia la concezione "eroica" che del Manierismo davano i grandi studiosi della critica tedesca e austriaca negli anni '30, p. es. lo Hauser, vedendo nei suoi esponenti dei precursori dell'arte contemporanea, che infatti sarà impegnata a distruggere il modello di un naturalismo corrivo e puramente ottico-speculare. Ma più di recente è nata una diversa interpretazione che a suo modo è anch'essa fedele al Vasari. Infatti egli fu incerto se basare la sua maniera moderna su Michelangelo, o non piuttosto sull'asse Leonardo-Raffaello. Nel primo caso, l'accento cade piuttosto sulla "bella maniera", quello che conta è giungere a composizioni bilanciate e armoniche, facendo sfoggio di talento nel disegno dei corpi e nella sofisticazione delle pose; mentre nell'altro caso prevale la ricerca di effetti di disinvoltura e di vicinanza alla vita. Insomma, la "bella maniera" porta a un Manierismo che può soffrire di accademismo, come era quello praticato dal Vasari stesso in quanto pittore, mentre la maniera moderna risulta inconciliabile col Manierismo, lo condanna come fonte di soluzioni attardate e arcaizzanti. Ma proprio da queste soluzioni volutamente anchilosate e schematiche ripartiranno i grandi artisti che ho studiato nel mio precedente volume "Alba del contemporaneo" (Füssli, Goya, Blake, Canova), aprendo al clima delle avanguardie storiche, dal Simbolismo all'Espressionismo al Surrealismo.
Biografia
Barilli Renato, critico e storico letterario e d'arte italiano nasce a Bologna nel 1935. Insegna estetica e storia dell'arte all'Università di Bologna. Ha preso parte alla neoavanguardia degli anni Sessanta, culminata nel “Gruppo 63. Come critico letterario, si è occupato, tra l'altro, del nouveau roman francese, della narrativa italiana contemporanea e delle ultime tendenze della poesia d'avanguardia. Come critico d'arte, ha storicizzato le esperienze d'avanguardia, dalla pop art alla body art. Particolarmente interessato alla ricerca artistica di avanguardia, è stato tra i primi studiosi italiani a soffermare l’attenzione sul rapporto tra arte e tecnologia, e in particolare tra arte e computer. Nel 1996 ha pubblicato l'imponente saggio “L'alba del contemporaneo. L'arte europea da Fùssli a Delacroix, dove analizza in maniera chiara e dettagliata alcune delle figure più importanti dell'arte moderna e contemporanea. In “Comicità di Kafka (1999), invece, dà un'interpretazione freudiana delle opere del celebre scrittore tedesco. Nel 1999 ha curato, in collaborazione con Tonino Sicoli, il catalogo della mostra di Mimmo Rotella, tenutasi a Rende, e ha pubblicato “L'azione e l'estasi, dove illustra la storia delle neoavanguardie degli anni Sessanta. Nel 2004 ha dato alle stampe “Dal Boccaccio al Verga. Nel 2005 ha pubblicato “Bergson. Il filosofo del software. Ha inoltre curato numerose e importanti mostre d'arte, specie a Milano e a Bologna.
Benvenuto a bordo, Renato…
Ciao Armando
Voglio farti assaggiare questo Aglianico del Taburno Fontanavecchia…qua il bicchiere…ecco fatto!
Meno male che mi hai fatto assaggiare un rosso, perché appartengo al numero di quelli che ritengono che il vino sia "solo" rosso…il resto non esiste
Oltre al vino rosso, quale principio generale, filosofico, presiede le tue ricerche?
Non riesco a cavarmela con una sola risposta, devo giocare almeno due carte: la convinzione che i fatti delle arti siano sempre in sintonia (anzi, io parlo di omologia, di identità funzionale) con quelli delle scienze e della tecnologia. E che ci sia quasi sempre una corrispondenza generazionale, ovvero, i nati all'interno di una medesima generazione sono portati a fare più o meno le stesse cose, anche se ovviamente esistono le inevitabili eccezioni, che però sono proprio tali, eccezioni, in quanto si discostano dal comportamento medio
La tua accezione di post moderno si discosta da quella di altri studiosi. Spiegamene le ragioni.
Da un lato, accetto la periodizzazione dei manuali, che parlano di un'età contemporanea che comincia col 1789, mentre alla stessa data termina l'età che chiamano moderna. Però, siccome i termini di moderno e contemporaneo sono maledettamente ambigui e confondibili, propongo di sostituire "contemporaneo" con "postmoderno", nel qual caso sarebbe indicato già nella parola stessa il rapporto di successione, e anche di opposizione, tra l'una epoca e l'altra. E' chiaro però che, così facendo, mi discosto da tutte le correnti accezioni di postmoderno, che ne pongono l'inizio quasi due secoli dopo. Se accetto la datazione manualistica, ne respingo però le motivazioni. Come ho detto prima, credo nella profonda correlazione tra i fatti artistico-letterari e quelli scientifico-tecnologici. Sul fronte di questi ultimi, la fine-Settecento vede la grane emersione degli interessi elettro-magnetici, per esempio con i nostri Galvani e Volta. Quello è veramente l'inizio della contemporaneità, in quanto l'elettricità, che viaggia alla velocità fantastica di 300.000 Km al secondo, brucia le distanze, e così cancella la prospettiva, su cui invece si basava l'arte "moderna", da Masaccio al Tiepolo. Gli artisti "omologhi" a Galvani e Volta (Füssli, Blake, Flaxman, Canova, Goya…) cominciano ad astrarre i corpi, e soprattutto a schiacciarli sulla superficie, perché non sanno più cosa farsene di immagini troppo dettagliate e sapientemente scorciate. Inoltre queste immagini sono investite da un'energia selvaggia che le rende deliranti e oniriche. Allo stesso modo Goethe, in letteratura, scopre il profondo e l'Inconscio. Dalla corrente elettrica si passa alla corrente di coscienza, i due fenomeni, al solito, sono omologhi tra loro. [segue su http://www.adolgiso.it/enterprise/renato_barilli.asp]
Intervista a Renato Barilli su Maniera moderna e Manierismo di Giangiacomo Feltrinelli
R. Sì indubbiamente l'accento prevalente cade su "maniera moderna", che a sua volta fornisce la chiave d'accesso, quasi per dirla in termini informatici, alla mia modalità d'approccio al Manierismo. Lo slogan di fondo dell'intero libro potrebbe essere: torniamo al Vasari! Infatti merito dell'Aretino è stato quello di aver impostato una progressione di taglio larghissimo, da Cimabue e Giotto fino al culmine rappresentato dalla triade Leonardo-Michelangelo-Raffaello. Questa progressione lunga due secoli potrebbe essere posta all'inegna del Rinascimento, ma in senso molto generico, come volontà di far rinascere, dall'antichità classica, una rappresentazione di cose e persone convenientemente rimpolpata e rimessa in carne. Ma il Vasari era interessato soprattutto ad articolarlo questo lungo segmento in fasi successive, separate l'una dall'altra da soglie di sbarramento. Le prime due "maniere", a suo avviso, soffrivano ancora di impacci e secchezze, mentre solo la terza, aperta dal genio di Leonardo, merita di essere detta "moderna". Ebbene, questa "maniera moderna" altro non è che la fondazione del grande naturalismo occidentale, che poi continuerà, oltre il Vasari, nella grande stagione secentesca, articolata nelle tre filiere del classicismo di annibale Carracci, del naturalismo caravaggesco e del barocco del Bernini, ma senza sostanziali distinzioni reciproche.
D. E il Manierismo che cosa c'entra, in tutto questo?
R. Non si dovrà più dire, secondo la formula scolastica, che il Manierismo è stato una reazione al Rinascimento, bensì solo alla "maniera moderna", che a sua volta è maturata solo nel triangolo Firenze-Roma-Venezia. Il Vasari, coerente con la sua impostazione, esclude dalla maniera moderna molti "lombardi", a cominciare dal Lotto; e infatti, dove non viene raggiunta la maniera moderna, cioè una pittura intinta di effetti atmosferici e immersa in un sapiente gioco delle lontananze, là non trova posto neppure una reazione manierista. Ciò porta a un risultato sensazionale per quanto riguarda il resto dell'Europa, dove invano cercheremmo qualche traccia di maniera moderna nel Cinquecento, e infatti là questa incomincia solo alla fine del secolo, e ai primi del Seicento, con Rubens, Poussin, Velàzquez; e dunque, in Francia, in Germania, nelle Fiandre ecc. si trova un unico Manierismo esteso, che fa tutt'uno con la nozione di Rinascimento.
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Biografia
Barilli Renato, critico e storico letterario e d'arte italiano nasce a Bologna nel 1935. Insegna estetica e storia dell'arte all'Università di Bologna. Ha preso parte alla neoavanguardia degli anni Sessanta, culminata nel “Gruppo 63. Come critico letterario, si è occupato, tra l'altro, del nouveau roman francese, della narrativa italiana contemporanea e delle ultime tendenze della poesia d'avanguardia. Come critico d'arte, ha storicizzato le esperienze d'avanguardia, dalla pop art alla body art. Particolarmente interessato alla ricerca artistica di avanguardia, è stato tra i primi studiosi italiani a soffermare l’attenzione sul rapporto tra arte e tecnologia, e in particolare tra arte e computer. Nel 1996 ha pubblicato l'imponente saggio “L'alba del contemporaneo. L'arte europea da Fùssli a Delacroix, dove analizza in maniera chiara e dettagliata alcune delle figure più importanti dell'arte moderna e contemporanea. In “Comicità di Kafka (1999), invece, dà un'interpretazione freudiana delle opere del celebre scrittore tedesco. Nel 1999 ha curato, in collaborazione con Tonino Sicoli, il catalogo della mostra di Mimmo Rotella, tenutasi a Rende, e ha pubblicato “L'azione e l'estasi, dove illustra la storia delle neoavanguardie degli anni Sessanta. Nel 2004 ha dato alle stampe “Dal Boccaccio al Verga. Nel 2005 ha pubblicato “Bergson. Il filosofo del software. Ha inoltre curato numerose e importanti mostre d'arte, specie a Milano e a Bologna.
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da Marfuso
Ma che nome č Mandingo? Esiste ...
02.05.08 @ 10:26:46
da Marfuso
Sono d'accordo con Giancarlo per quanto ...
02.05.08 @ 10:23:38
da Mandingo